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19 Marzo 2021

LA PROCESSIONE DEL VENERDI’ SANTO DI CHIETI – Un antico rituale tra fede e storia

“I rituali della Settimana Santa costituiscono una sorta di gigantesca teatralizzazione del dolore collettivo nel quale possono confluire gli innumerevoli dolori individuali dei protagonisti della comunità (…). Le processioni del Cristo morto attuano il coinvolgimento di tutta la comunità e dei suoi spazi sociali – le chiese, le vie, le piazze – in un rituale di assunzione della morte, di controllo di essa, di espulsione. Lo spazio viene reso simbolicamente intriso di morte per poterlo recuperare, dopo il processo di destorificazione simbolica, come spazio rinnovato e protetto”
Luigi Maria Lombardi Satriani

La processione del Venerdì Santo di Chieti è una delle più importanti manifestazioni della Settimana Santa abruzzese. Tra le più antiche processioni d’Italia, si farebbe risalire la sua origine all’anno 842 d.C., anno in cui è stata ultimata la ricostruzione della prima Cattedrale. La sua conformazione attuale risalirebbe però al XVII secolo, quando si ritiene sia anche nata l’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti che ancora oggi cura l’allestimento e la preparazione. La processione rappresenta il momento culminante dei riti della Settimana Santa chietina perché, in realtà, già la Domenica delle Palme gli aggregati della confraternita e i giovani destinati a indossare la marsina nera vengono convocati nella Cappella della Confraternita adiacente alla cripta per ricevere gli abiti.

La mattina del Mercoledì Santo la priora, la moglie del governatore, e la sarta, alla cui famiglia l’incarico di cura e manutenzione dei paramenti sacri è affidata da almeno due generazioni, si recano nella cappella per la commovente vestizione della ottocentesca statua della Madonna, che viene rivestita con i preziosi abiti a lutto, un abito nero in faglia con velo ricamato. È l’unico momento dell’intero rito in cui le donne hanno una parte attiva.

Il venerdì mattina, i sette Trofei o Simboli della Passione, creati dall’artista chietino Raffaele del Ponte (1813-1872), vengono portati dal deposito della cripta nella chiesa superiore e disposti nelle navate laterali. Le statue della Vergine Addolorata e del Cristo morto (scultura lignea del ‘700 di scuola napoletana) vengono collocate, invece, nella cappella del Segretariato. Saranno portate fuori soltanto al momento della Processione. I sette Trofei sono: l’Angelo (colui che ha confortato Cristo nell’orto del Getsemani); le Lance (con le lanterne e il sacchetto dei trenta denari che ricordano l’arresto di Cristo nel Getsemani); la Colonna con il gallo (simboleggia il tradimento di Pietro); il Sasso (rappresenta il trono dove è stato fatto sedere Cristo con una corona di spine e uno scettro di canne, insieme alla tunica fatta indossare a Gesù e la brocca della lavanda delle mani di Pilato); il Volto Santo (simboleggia l’episodio della Veronica e riproduce le sembianze del Volto Santo di Manoppello); la Scala (e gli strumenti della crocifissione), la Croce (con ai piedi il serpente del peccato originale e il cranio rappresentante Adamo, il cui peccato viene vinto dal sacrificio di Cristo).

Quando tutto l’allestimento è concluso, l’orchestra (composta da 150 elementi tra violini, viole, violoncelli, flauti traversi, clarinetti, fagotti e sassofoni) e il coro (160 elementi tra tenori primi, tenori secondi e bassi) eseguono le prove generali del celebre Miserere, composto nella prima metà del XVIII secolo dal Maestro di Cappella della Chiesa Metropolitana di Chieti, Saverio Selecchy (1708-1788), che mette in musica i versetti del cinquantunesimo salmo biblico, attribuito tradizionalmente a Davide, re d’Israele, che confessa i suoi peccati e invoca la misericordia divina, chiedendo a Dio il perdono e la grazia. La tradizione vuole che il Miserere sia stato donato da Selecchy al Monte dei Morti con l’obbligo di eseguirlo tutti gli anni durante la processione.

La processione inizia dopo il tramonto. Il corteo esce lentamente dalla cattedrale di San Giustino, accompagnato dall’orchestra e dal coro, e percorre le strade del centro storico dove sono presenti i tripodi accesi con fuoco di cera. Apre la processione lo stendardo nero della Confraternita del Sacro Monte dei Morti, accompagnato dai confratelli incappucciati di S. Francesco Caracciolo. Questo primo gruppo è seguito dai sette simboli della passione, che vengono portati uno dopo l’altro dai soci aggregati del Sacro Monte dei Morti. I sette simboli (scortati ognuno da due Valletti dell’Arciconfraternita che sfilano indossando abiti di foggia settecentesca) sono seguiti da un gruppo di confratelli delle numerose confraternite cittadine (S. Gaetano e S. Giuseppe dei Crociferi, Madonna della Cintura, S. Barbara, Madonna delle Grazie, Madonna del Freddo, S. Maria di Costantinopoli, SS. Rosario, Misericordia, Santa Maria Calvona). Tutti i confratelli sono incappucciati, ma l’abito e la sopravveste – la mozzetta – hanno colori differenti che identificano i singoli gruppi. In passato l’affiliazione alla confraternita avveniva in base al mestiere, oggi questa caratteristica è andata perduta. I confratelli sfilano portando delle lanterne – i fanali – per illuminare il cammino. Seguono i rappresentanti del clero: il seminario diocesano e quello regionale, il capitolo metropolitano e l’arcivescovo che sfilano assieme all’Ordine equestre del Santo Sepolcro. Dopo gli ecclesiastici ci sono i confratelli vocali del Sacro Monte, che portano la statua del Cristo morto e quella dell’Addolorata. Chiudono, maestosi, l’orchestra e il coro che eseguono il Miserere per tutta la durata del percorso.

“E’ la processione del Cristo Morto che a Chieti scandisce e segna il trascorrere degli anni, il succedersi delle generazioni, il tempo del vivere e del morire. In un atto di confessione collettiva, la sera del Venerdì Santo è la città che si fa processione essa stessa e che, accalcata e silenziosa lungo le vie del centro storico, idealmente sfila, pur restando immobile, in comunione di sentimenti e di fede con un corteo che, lentissimo e solenne, si snoda per le strade ma pare fermo nel tempo, sempre uguale a se stesso, ieri come oggi (…). 

E’ quello del nostro Venerdì Santo un rito collettivo che opera il miracolo della simbiosi tra chi va in corteo e chi vi assiste, facendo degli uni e degli altri gli attori di un comune atto di fede”

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